Divine Factory - Bogatell (Nero) - Factory Stivaletti e tronchetti ddd687

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Michael MacCauley è un pendolare che da circa vent'anni, tutti giorni feriali, si reca a New York, finché non perde il lavoro presso una importante compagnia di assicurazioni. Prima era un agente di polizia e ha ancora amici nel dipartimento, tanto che confessa la sua disgrazia all'ex partner e aspetta invece di tornare a casa per dirlo alla moglie. Sul treno del ritorno incontra però una donna misteriosa che gli offre centomila dollari in cambio della sua collaborazione: vuole che trovi una persona di cui sa solo che non si tratta di un passeggero abituale. Lui non sa se prenderla sul serio o meno finché non scopre che i soldi ci sono davvero, ma a quel punto è troppo tardi per tirarsene fuori e si ritrova costretto a stare al gioco, anche perché nel mentre l'organizzazione della donna si mostra capace di uccidere e sostiene di avere in pugno la famiglia di Michael.

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L'uomo sul treno

di Jaume Collet-Serra


Sinossi

Tipo Stivaletti e tronchetti
Ref. 127675
Stagione Autunno/Inverno
Costruzione Saldato
Numero di riferimento 38
Colore Nero
Altezza della tomaia 5 cm
Altezza del tacco 3,5 cm
Fodera Tessile
Top / Tomaia Sintetico
Soletta Cuoio
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Michael MacCauley è un pendolare che da circa vent'anni, tutti giorni feriali, si reca a New York, finché non perde il lavoro presso una importante compagnia di assicurazioni. Prima era un agente di polizia e ha ancora amici nel dipartimento, tanto che confessa la sua disgrazia all'ex partner e aspetta invece di tornare a casa per dirlo alla moglie. Sul treno del ritorno incontra però una donna misteriosa che gli offre centomila dollari in cambio della sua collaborazione: vuole che trovi una persona di cui sa solo che non si tratta di un passeggero abituale. Lui non sa se prenderla sul serio o meno finché non scopre che i soldi ci sono davvero, ma a quel punto è troppo tardi per tirarsene fuori e si ritrova costretto a stare al gioco, anche perché nel mentre l'organizzazione della donna si mostra capace di uccidere e sostiene di avere in pugno la famiglia di Michael.


Critica

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Questa volta è sul treno Liam Neeson, in una sorta di lenta disintossicazione dal cinema d’azione over 50 che ha contribuito a creare 10 anni fa con Io vi troverò. Una “sorta” di disintossicazione perché in realtà il suo padre di famiglia, assicuratore con molto da perdere e una sfida terribile da affrontare nel viaggio in treno verso casa, ha un passato come agente di polizia. È una persona comune ma solo fino ad un certo punto e inevitabilmente lì finirà, allo scontro. La sorpresa però è che L’uomo sul treno non appartiene in pieno al genere di azione iperbolica e massacri a sfondo familiare che Neeson ha portato avanti dal 2012 ad oggi, è un film che chiama lo spettatore a giocare con lui alla caccia all’uomo.

Sul treno che porta ogni giorno il protagonista verso il lavoro, e poi lo riporta dal lavoro a casa, c’è un passeggero da individuare, qualcuno che ha in mano la sua famiglia vuole che proprio questo assicuratore che ha appena perso il lavoro lo trovi. In palio non solo la vita dei suoi familiari ma anche una grossa somma di denaro che in questo momento della sua vita gli farebbe davvero comodo.

Lui, che è pendolare, i viaggiatori abituali li conosce tutti e quindi può restringere il cerchio ai soli passeggeri occasionali, in più il suo passato da poliziotto gli fornisce le doti giuste per una rapida indagine e lo spirito d’osservazione che serve per notare dettagli fondamentali. Il viaggio del treno dura un’ora ma sarà molto più lungo del previsto.

Per la prima volta dai tempi di The Grey (che rimane il momento più alto della sua carriera d’azione), si può dire che Liam Neeson sia al centro di un buon film d’azione, uno che sa creare davvero un personaggio e non semplicemente mettere uno stereotipo dentro una situazione, uno che ha una sceneggiatura sensata, precisa e corretta e che infine sa molto bene quando e come regalarsi l’escapismo di violenza ed esplosioni. Non un tappeto di azioni allucinanti ma un premio al termine di una lunga gara di intelligenza e deduzione.

Non c’è nessun omicidio eppure la dinamica non è troppo diversa dai film gialli in cui occorre scoprire un assassino e il pubblico è in gara con il detective. Anche qui infatti chi guarda è chiamato ad indagare con Liam Neeson. Non ne sappiamo più di lui, non abbiamo indizi che lui non possieda e la regia di Jaume Collet-Serra (alla quarta collaborazione con Neeson) fa in modo che noi come lui possiamo osservare tutti i passeggeri, ne sottolinea i movimenti sospetti, inquadra da vicino i dettagli che potrebbero essere rilevanti e ci fa riflettere sulle stesse cose su cui, apparentemente, riflette il protagonista. In questa maniera in tutta la prima parte scambia l’azione che solitamente domina questi film con una sorta di mystery game. Accumulando indizi L’uomo sul treno crea una suspense tutta sua, fatta di tempo che passa (scandito dalle varie fermate), passeggeri da eliminare dalla lista e minacce incalzanti.

Ovviamente poi nella risoluzione finale entrerà un filmmaking più convenzionale, con il doppio gioco svelato, la ribellione alla missione affidatagli e moltissima azione ad alti livelli (come sempre quando sono coinvolti dei treni in movimento). È questo probabilmente il modo in cui Neeson con calma prende le distanze da un cinema d’azione che vorrebbe fare sempre meno. Pur incarnando il medesimo personaggio di sempre (un uomo retto e nobile, con famiglia minacciata via telefono e un passato di violenza e addestramento che gli torna utile) stavolta contamina il suo superomismo esagerato con una fragilità molto forte, un’incapacità e un senso d’inadeguatezza che porta con sè un po’ più di brivido nelle scene d’azione.

Gabriele Niola

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Scheda
Titolo: L'uomo sul treno
Regia di: Jaume Collet-Serra
Durata: 104'
Luogo, Anno: USA, 2018
Cast: Liam Neeson, Vera Farmiga, Patrick Wilson, Sam Neill, Elizabeth McGovern, Jonathan Banks

In programmazione
NEWS

Bergman 100 Anni di Emiliano Morreale (repubblica.it)

"Un film di Ingmar Bergman è, per così dire, un ventiquattresimo di secondo che si trasforma e si dilata per un'ora e mezza. È il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere fra due battiti di mani" Jean-Luc Godard Bergman è uno dei registi che hanno avuto più influenza per far giudicare il cinema 'una cosa seria', da una generazione di europei e non solo che si affacciavano alla società del benessere. I suoi film folgorarono i registi della nouvelle vague, negli anni Sessanta lo si prese sul serio per le problematiche filosofiche che evocava, facendone una specie di esistenzialista luterano. Ma Bergman era anzitutto un regista prodigiosamente in equilibrio tra stile 'di prosa' e improvvisi voli di fantasia. Oggi del suo cinema sorprende un certo gusto per la commedia (Sorrisi di una notte d'estate, L'occhio del diavolo, A proposito di tutte queste... signore), ma soprattutto la luminosità tattile, sia negli interni scarlatti claustrofobici di Sussurri e grida che nelle riprese en plein air di Un'estate d'amore o di Il settimo sigillo (rivederlo in Piazza Maggiore quest'estate ha fatto scoprire a molti quanta luce ci fosse, in quella danza macabra medievale). Colpisce ancora il suo peculiare gusto di calare il fantastico nel quotidiano, l'incubo nell'evocazione infantile, che lo accomuna imprevedibilmente al nostro Fellini. In fondo il baracconesco riminese non era così lontano dall'eremita di Fårö: protestante l'uno, cattolico l'altro, ma entrambi grandi osservatori di personaggi femminili (Bergman in maniera più problematica e identificativa, Fellini facendole ruotare intorno a sé in cerca d'assoluzione); uno magari parente di Strindberg e l'altro di Jacovitti, ma comunque grandi uomini di spettacolo, affascinatori di pubblico e produttori, creatori della moderna figura del regista-divo.

Lady Land/Speciale Venezia

In barba all’accusa di essere “espressione della cultura maschilista” lanciata dalla rivista Hollywood Reporter per il fatto di aver selezionato una solo regista donna - l’australiana Jennifer Kent - la 75 mostra del cinema di Venezia rende omaggio al mondo femminile attribuendo i principali premi a tre opere che declinano quel mondo secondo molteplici forme. Roma di Alfonso Cuarón, premiato con il Leone d’oro, è una storia di solidarietà femminile, ambientata nell’omonimo quartiere di Città del Messico e costituisce un intenso e delicato affresco dei sentimenti di amore, fiducia e reciproca protezione che si instaurano tra una tata indio-americana, la sua datrice di lavoro e i suoi tre figli. Con un potente bianco e nero Cuarón ritrae, attraverso le due donne, le diverse anime del mondo di cui egli stesso fa parte e il difficile passaggio da un’antica cultura patriarcale ad una nuova, quella degli anni Settanta, in cui le donne possono emanciparsi e trovare una loro specifica identità grazie alla solidarietà che le unisce. Sul versante opposto, ma al fondo con lo stesso atteggiamento, il film di Lanthimos, Leone d’argento, racconta con un linguaggio crudo e impietoso al limite del grottesco la guerra efferata tra due cortigiane in lotta per la propria esistenza e la conquista dei favori della regina Anna Stuart, ultima regnante dell’antica stirpe inglese. In questo triangolo mortifero, giocato su tutti i registri del potere e della forza femminile, nessuno, nemmeno i sopravvissuti, riesce ad uscire indenne, tutti sono intrappolati nelle loro fragilità e nella coazione dei loro comportamenti. Infine il film della Kent, vincitore del Premio speciale della giuria e del premio Mastroianni, è un film dalle tinte forti ambientato nella Tasmania del XIX secolo. Una detenuta subisce la terribile violenza del suo carceriere e si vendica di tutti quelli che vi hanno partecipato. Benché non privo di alcuni stereotipi dell’horror, il film riesce a dare significato e rilievo all'incontro culturale fra due minoranze: gli aborigeni e le donne che in quella comunità, agli estremi confini dell'impero britannico, non hanno diritto né alla dignità individuale né alla vita. Tre modi diversi - la sorellanza, l’istinto di sopravvivenza e l’affermazione di sé per definire altre forme di presenza dell’universo femminile, oltre al me too. Elena Lazzarini